mercoledì 22 ottobre 2014

CON UN FIORE ALL'OCCHIELLO

Ci sono giorni in cui mi sento appena sospesa da terra. Non per aria, ma neanche schiacciata, così, appena un po più su; come se fra i piedi e il suolo, si insinuasse un intercapedine di atmosfera vuota, che mi fa appena veleggiare. Sono sensazioni che mi durano molto poco purtroppo, perché si sa, la quotidianità non lascia grande scampo, la forza di attrazione che la contingenza esercita sulla materia umana, è quasi corrosiva, coatta. Però, quella elevazione che si riesce a rubare in pochi istanti di lucida visione, diventa la trasfigurazione di un rigoglioso giardino mentale, arredato e corredato di semenze, che attecchiscono in animi floridi: sono le visioni ottimistiche, e i concetti astratti. Proust, il mio primo ed immenso amore, dice che l'abitudine è fra le piante umane, quella che ha meno bisogno di un suolo nutritivo per vivere, e la prima a spuntare sulla roccia apparentemente più desolata. Sembrerebbe la prima forma di vita comparsa sulla terra, elementare, ma tenace. È dunque essenziale, vista la natura continua e regolare, della ripetizione alienante degli stessi atti, fino quasi all' assuefazione, creare una sorta di pneuma a salvagente, capace di evitare la desolazione del terreno brullo dell'abitudine. La semenza del "solito", dovrebbe essere innestata con un po di insolito, così da creare , in un ambiente contiguo, un fiore non elementare, non primitivo: un fiore esotico. Viaggiare un po più su, solcare il solito con un fiore all'occhiello.

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