venerdì 30 ottobre 2015

UN RITO

Ogni casa ha il suo "lever" e "coucher" . Da me, il lever, è sempre più difficile del coucher. I ragazzi appena mettono il naso fuori dal letto, si chiudono in bagno e, seduti per terra a gambe incrociate, si mettono davanti alla stufetta ad uso totem; potrebbe essere un santo, o un Budda, la cosa non cambierebbe, a vederli da dietro sembrano in uno stato meditativo subcosciente, quando invece si stanno solo svegliando. Uno dei tre mi dice che lui al mattino ha bisogno di pensare, l'altro mi dice che ha solo bisogno di calore, l'ultimo che vuole compagnia. Ognuno lega all'oggetto, il proprio bisogno. Quando diamo vita ad un rito personale, tutti andiamo cercando la soddisfazione di un bisogno, o desiderio. Il rito è un gesto che ti scegli, lo scegli per necessita, per trovare un bilanciamento anche temporaneo, ma efficace. Qualcuno ha il pensiero che affiora, qualche altro che affonda; cioè ad alcuni i pensieri salgono dell'inconscio come oggetti che galleggiano sulle acque, altri invece devono immergersi nelle correnti dell'io, ed andarseli e cercare fra mari bui. Sono modi diversi di essere, ma ciò che lega queste dinamiche sono i riti. Sia che aspetti il salire del pensiero che ti serve, o che tu lo vada a cercare con la muta, quasi sempre il momento in cui questo accade, è un momento legato ad un rito quotidiano, ad un uso che inconsapevolmente ti rassicura e protegge; la ricerca di una quiete che favorisca il pensiero, qualunque esso sia. Un rito per pensare, pensare per vivere.

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